Il valore del biologico nell’emergenza, di Maria Grazia Mammuccini

18/05/2020
Rassegna stampa

In questi mesi, i produttori biologici insieme a tutti gli agricoltori e agli operatori della filiera agroalimentare hanno continuato a lavorare per produrre cibo per i cittadini e contribuire così a sostenere il Paese nel mezzo della più grave emergenza che abbiamo dovuto affrontare dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale.

Alle difficoltà delle aziende agricole biologiche nel portare avanti l’attività in una situazione di emergenza, si sono sommate le inedite ripercussioni economiche che derivano dalla chiusura di molti canali di mercato, che causano notevoli ricadute in particolare per le aziende che in tutti questi anni hanno investito sulla qualità dei prodotti.

Le difficoltà maggiori per gli agricoltori bio riguardano la vendita diretta dei prodotti freschi che, con la chiusura di mense e ristoranti, è rimasta bloccata. Nel caso di alcuni prodotti, come il vino, si sono quasi azzerati sia il mercato interno che l’export. Mentre agriturismi e fattorie didattiche hanno dovuto chiudere i battenti. Una situazione difficilissima dalla quale emerge in modo chiaro come il bio rappresenti un settore strategico per il Paese, per il quale occorre agire velocemente, a sostegno delle imprese e dei cittadini.

Ripensare il tema della sicurezza alimentare

Una delle emergenze da risolvere con urgenza per il biologico, più legato ai territori e alla produzione di piccola e media scala, è quella dei mercati contadini e di prossimità. Il bio è stato pioniere dei mercati di vendita diretta che, a causa delle misure di sicurezza, sono stati chiusi quasi ovunque. Abbiamo sempre espresso la nostra solidarietà ai sindaci che fanno di tutto il per garantire la sicurezza sanitaria, ma ci chiediamo anche perché i mercati all’aria aperta, che si presume siano meno esposti dei supermercati alla diffusione del virus, siano stati chiusi in mancanza di serie norme di sicurezza compatibili con la situazione.

Per un settore come quello agricolo che si individua come strategico, occorrono norme veloci per evitare che una buona parte dei 60 mila agricoltori biologici sia costretta a chiudere.

Ma quello che sarà necessario per il prossimo futuro è un vero e proprio cambio di paradigma sul piano economico e sociale. Un’emergenza globale come quella che stiamo vivendo mostra in maniera ancora più evidente la necessità di ripensare al tema della sicurezza alimentare. E ci richiede di garantire l’approvvigionamento locale del cibo per i cittadini con sistemi alimentari in grado di garantire il funzionamento anche di fronte alle emergenze.

Strategie per ripartire

Ora più che mai è urgente avvicinare chi consuma a chi produce, creando la comunità locale del cibo, facendo rete tra agricoltori e cittadini anche per essere in grado di sostenere i segmenti più deboli e vulnerabili della popolazione. Se questa crisi ci insegna qualcosa è che i beni di primissima necessità devono provenire dai territori. E dobbiamo essere in grado di organizzare filiere alimentari nazionali basate sulla trasparenza e sull’etica nelle relazioni commerciali, per un’equa distribuzione del valore.

Infine, occorre prendere atto che le molteplici crisi che stiamo attraversando, da quella ambientale a quella climatica a quella sanitaria, sono tutte facce della stessa medaglia che rendono necessario un cambio di modello produttivo e di consumo verso un nuovo paradigma fondato sul rispetto dell’ambiente e della salute umana e per il quale l’agricoltura biologica rappresenta il modello e la punta avanzata di una transizione ora più che mai necessaria.

E anche per questo adesso è urgente l’approvazione immediata della legge nazionale sull’agricoltura biologica, per permetterci di fare la nostra parte nella crisi Covid-19 e per contribuire in maniera concreta alla ripresa economica del nostro Paese, di cui ci sarà davvero un grande bisogno.

Fonte: Terra Nuova.it

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